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La positività sessuale è sana?

Due donne sdraiate, abbracciate e sorridenti a letto; il loro linguaggio del corpo trasmette calore, sicurezza emotiva e intimità rilassata.

Negli ultimi decenni la sessualità positiva è diventata una parola chiave nel dibattito culturale, terapeutico e politico. Spesso viene presentata come antidoto alla repressione, alla vergogna e ai danni storicamente prodotti dalla negazione del desiderio.

Ma una domanda resta aperta e necessaria: la positività sessuale è sempre sinonimo di salute? Per rispondere, è utile ripercorrere il passaggio dalla negazione della sessualità alla sessualità positiva, fino ai suoi possibili estremi, mantenendo uno sguardo attento agli effetti sulla salute fisica, psicologica e relazionale.

Cosa significa davvero la negazione della sessualità


La negazione della sessualità, cioè l’idea che il desiderio e il piacere vadano controllati, silenziati o moralmente svalutati, ha radici antropologiche, sociologiche e psicologiche profonde.

  • Antropologicamente ha funzionato come strumento di controllo della filiazione, ovvero della certezza su chi fossero i genitori biologici, e dell’eredità, cioè della trasmissione di beni, nome e status sociale.

  • Sociologicamente ha sostenuto ordine e gerarchie, regolando i corpi per stabilizzare potere e ruoli. Culturalmente ha separato il corpo dal valore morale, associando il desiderio a colpa o pericolo.

  • Psicologicamente ha promesso una riduzione dell’ansia attraverso il controllo degli impulsi, offrendo l’illusione che meno desiderio significhi meno conflitto interno.

Questa promessa, però, ha un costo sanitario misurabile.


Cosa provoca la repressione nel corpo e nella mente


La psicologia clinica mostra che la repressione, intesa come tentativo automatico e rigido di bloccare emozioni e impulsi considerati inaccettabili, non elimina il desiderio ma lo spinge fuori dalla consapevolezza tramite la rimozione, un meccanismo con cui ciò che è minaccioso viene escluso dalla coscienza. Ciò che viene rimosso, però, tende a ritornare sotto forma di sintomi, cioè segnali di sofferenza che possono essere psicologici o corporei.

La ricerca contemporanea conferma che l’inibizione emotiva e sessuale è associata a una iperattivazione del sistema nervoso simpatico, la componente del sistema nervoso autonomo responsabile delle risposte di allerta e difesa.

Questa attivazione cronica si accompagna a un aumento del cortisolo, l’ormone dello stress, e a una riduzione della variabilità della frequenza cardiaca, un indice della flessibilità con cui il cuore e il sistema nervoso si adattano alle richieste dell’ambiente.

Questi indicatori sono collegati a un maggiore rischio cardiovascolare, a processi di infiammazione sistemica, a disturbi del sonno e a una maggiore vulnerabilità depressiva.

Sintomi psicosomatici e disfunzioni sessuali


Sul piano psicosomatico, cioè nell’interazione tra mente e corpo, aumentano cefalee tensionali legate alla contrazione muscolare cronica, disturbi gastrointestinali funzionali in cui l’intestino reagisce allo stress, dolore pelvico cronico e diverse disfunzioni sessuali.

Gli studi di Masters e Johnson hanno mostrato che contesti di educazione sessuale caratterizzati da colpa, silenzio e paura aumentano la prevalenza delle seguenti condizioni:


  • Vaginismo (contrazioni difensive e involontarie della muscolatura del pavimento pelvico)


  • Dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali)


  • Anorgasmia (difficoltà persistente a raggiungere l’orgasmo)


  • Disfunzione erettile psicogena (disturbi dell’erezione legati ad ansia e stress)


Tutte queste condizioni tendono a mantenere circoli di ansia ed evitamento che, nel tempo, peggiorano la salute generale.


Positività sessuale: libertà o illusione?


In risposta a questa storia di controllo e silenziamento nasce la sessualità positiva, un orientamento culturale e clinico che riconosce il desiderio come funzione umana vitale e non come errore da correggere.

I dati indicano che, quando la sessualità è integrata, cioè vissuta in connessione con le emozioni, con la relazione e con i propri valori personali, essa si associa a una migliore regolazione emotiva, a una riduzione dello stress percepito e a una maggiore soddisfazione di vita.

Tuttavia è necessario un disclaimer cruciale: la sessualità positiva, di per sé, non è un indicatore affidabile di salute relazionale, perché l’intensità o la libertà dell’espressione sessuale non dicono nulla, da sole, sulla qualità del legame emotivo.


Stili di attaccamento e sessualità compensatoria

La ricerca sull’attaccamento, ovvero sul sistema psicobiologico che regola il bisogno di sicurezza e vicinanza nelle relazioni intime, lo chiarisce bene.

Stile di attaccamento ansioso-insicuro

Questo stile è caratterizzato da una marcata paura dell’abbandono e da un forte bisogno di rassicurazione. In questi casi, la sessualità può essere utilizzata come strategia di protesta o trattenimento. L’intimità sessuale non nasce da una scelta libera e orientata al piacere, ma serve a ridurre l’angoscia da separazione.


Caratteristiche tipiche:


  • maggiore gelosia

  • ipervigilanza relazionale (stato costante di allerta rispetto a segnali di rifiuto o distanza)

  • forti fluttuazioni emotive

  • effetti negativi su autostima e salute mentale


Stile di attaccamento evitante

In questo stile, la sessualità diventa spesso l’unico canale di contatto tollerabile: il contatto fisico è possibile, mentre l’intimità emotiva e romantica viene evitata per proteggersi dalla dipendenza e dalla vulnerabilità.


Modelli associati comuni:


  • dissociazione affettiva (separazione tra percezione corporea ed emozione)

  • difficoltà di mentalizzazione (ridotta capacità di comprendere e mantenere presenti i propri stati interni e quelli dell’altrə)

  • uso del piacere come regolatore rapido dello stress, senza reale integrazione emotiva


Gli studi mostrano che entrambi questi pattern possono coesistere con discorsi dichiaratamente “sex-positive” e con un’alta attività sessuale, pur mantenendo esiti relazionali e psicologici sfavorevoli.


Ipersessualità e disconnessione emotiva

All’estremo opposto si colloca l’ipersessualità clinica, definita come Disturbo da Comportamento Sessuale Compulsivo, una condizione in cui la persona sperimenta una difficoltà persistente nel controllare impulsi sessuali intensi e ripetitivi che causano sofferenza o compromettono il funzionamento quotidiano.

In questo quadro il sesso viene usato in modo ripetitivo per attenuare stati interni come vuoto, vergogna o ansia.

Le neuroscienze indicano il coinvolgimento dei circuiti dopaminergici della ricompensa, che rinforzano comportamenti capaci di fornire sollievo o piacere immediato, insieme a una minore efficacia delle aree prefrontali del cervello, responsabili dell’inibizione degli impulsi, della valutazione delle conseguenze e della scelta consapevole.

Questo assetto si associa a maggiore impulsività, a un aumento del rischio di comportamenti sessuali non protetti, e a una maggiore incidenza di ansia e depressione.

Clinicamente è frequente una storia di trauma relazionale, cioè di esperienze di insicurezza, trascuratezza o violazione all’interno di legami significativi, e di attaccamento insicuro; nel lungo periodo si osservano costi per l’equilibrio neuroendocrino, che coordina cervello e ormoni, per il sonno e per la stabilità delle relazioni.


La letteratura mette in guardia da nuove forme di moralizzazione: alta libido e sessualità intensa non sono di per sé patologie. Il criterio condiviso per distinguere salute e sofferenza è la agency, cioè la capacità di essere soggett@ attiv@ delle proprie scelte, di modulare il desiderio, di dire sì o no senza perdita di controllo e senza danni per la salute fisica o psicologica.

Conclusione: integrazione oltre l’ideologia


In sintesi, repressione e ipersessualità rappresentano due esiti opposti della stessa disconnessione tra corpo, emozioni e consapevolezza. E, punto decisivo, anche la sessualità positiva non garantisce salute relazionale se non è sostenuta da un attaccamento sufficientemente sicuro.

La salute sessuale emerge quando il desiderio è sentito nel corpo, regolato dal sistema nervoso, scelto in modo consapevole e inserito in un legame emotivo capace di tollerare intimità, dipendenza reciproca e vulnerabilità.


Alla domanda iniziale si può quindi rispondere con una posizione sfumata ma chiara: la positività sessuale può essere sana, ma non lo è automaticamente. Diventa una risorsa per la salute solo quando non è una reazione alla repressione, né una maschera che copre insicurezza, paura o disconnessione emotiva.

La vera discriminante non è quanta sessualità si vive, né quanto liberamente la si dichiara, ma quanto essa è integrata nella regolazione emotiva, nella consapevolezza corporea e nella qualità dell’attaccamento. È in questa integrazione, e non nell’ideologia, che la sessualità diventa davvero un fattore di salute.



Fonti principali: 


Freud; Reich; Masters & Johnson; Foucault; Bancroft; OMS ICD-11; Kafka; Kleinplatz & Moser; Bowlby; Hazan & Shaver; Mikulincer & Shaver.

Nota critica: le associazioni descritte sono robuste ma sempre mediate da cultura, genere e storia individuale; la sessualità diventa un indicatore affidabile solo quando letta insieme ai pattern di attaccamento e alla regolazione emotiva.

 

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