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Interventismo o pacifismo? Maschera o stile di vita

Uomo che tiene due maschere davanti al volto, una distorta dalla rabbia e una calma e neutra, come simbolo del conflitto interiore tra aggressività, controllo ed espressione autentica di sé.

Interventismo e pacifismo non sono solo idee politiche. Sono modi con cui affrontiamo i conflitti e la pace nella nostra vita. A volte li indossiamo come una maschera, cioè come un comportamento che mostriamo agli altri ma che non nasce davvero da ciò che sentiamo dentro. Altre volte, invece, diventano una scelta autentica, uno stile di vita che esprime chi siamo davvero.


Capire se reagiamo spingendo sempre sulla forza o evitando sempre il conflitto non serve solo a descrivere il nostro carattere. Serve a capire se stiamo vivendo dalla parte del falso Sé, quello che recita, compiace o controlla, oppure dal vero Sé, che agisce con presenza, responsabilità e verità interiore.


Uno degli scopi della Bodymind therapy è proprio questo: aiutare a distinguere la maschera da chi si è veramente, non per giudicarsi, ma per smettere di prendersi in giro e tornare in contatto con il corpo, con le emozioni e con la propria verità profonda.

Questa distinzione non è teorica. Spesso segna il confine tra una vita vissuta nell’infelicità, nella tensione e nell’adattamento continuo, e una vita più vicina alla felicità, alla libertà e a un senso reale di autenticità.


Contesto storico: da “si vis pacem, para bellum” a “si vis pacem, para pacem”


Il contesto storico serve a comprendere dove nascono queste idee e come si sono sviluppate nel corso del tempo. L’idea espressa dalla formula latina si vis pacem, para bellum ha radici nel mondo antico ed è collegata alla figura di Vegezio, autore romano di trattati militari vissuto tra il IV e il V secolo dopo Cristo.

Nei suoi scritti sull’organizzazione dell’esercito egli afferma che una comunità deve essere capace di difendersi per evitare di essere attaccata. Questa idea può essere compresa come un invito a prepararsi con anticipo, invece di intervenire solo quando ormai è troppo tardi e non esistono più strumenti efficaci di protezione.


Anche se la formulazione che utilizziamo oggi è arrivata in una fase successiva della storia, la stessa idea di fondo è già presente nel pensiero di autori come Platone e Cicerone. In questa prospettiva, la pace nasce dalla forza, dall’ordine e dalla capacità di proteggere la propria comunità. Questo modo di pensare si sviluppa in società in cui la possibilità di sopravvivere dipendeva davvero dalla capacità di resistere agli attacchi provenienti dall’esterno.

Da questo contesto sociale nasce il principio della deterrenza, secondo cui si cerca di scoraggiare l’aggressione rendendo l’attacco troppo rischioso o troppo costoso per chi vorrebbe compierlo.


Nel corso della storia, soprattutto durante il Medioevo e l’età moderna, questo principio si intreccia con la dottrina della guerra giusta e, più tardi, con la formazione degli Stati nazionali. Da questa evoluzione nasce l’interventismo, che è l’idea secondo cui l’uso della forza o dell’intervento militare può essere considerato legittimo quando viene presentato come mezzo per difendere la sicurezza, l’ordine politico o determinati valori ritenuti essenziali.

Nel Novecento questa prospettiva viene collegata al realismo politico, una visione che interpreta il mondo come un sistema di poteri in competizione e che considera la forza come una condizione necessaria per mantenere la stabilità.


In risposta a questo modo di pensare si sviluppa una prospettiva diversa, espressa dalla formula si vis pacem, para pacem, che propone l’idea secondo cui la pace nasce quando la pace stessa viene preparata in modo attivo. In questa visione la pace non viene costruita attraverso la minaccia o la superiorità militare, ma attraverso la cooperazione, il dialogo, le istituzioni giuridiche e sociali e le relazioni tra comunità e popoli.

Questa prospettiva affonda le sue radici in tradizioni spirituali orientate alla non-violenza, nella filosofia morale, nel pensiero di Kant e nei movimenti pacifisti che, soprattutto dopo le guerre mondiali, si sono organizzati in forme sempre più strutturate. In questo modo di vedere il mondo, la pace non è il prodotto delle armi, ma il risultato di regole condivise, di responsabilità collettiva e di relazioni politiche e sociali più eque.


Interventismo e pacifismo nella politica e nella società contemporanea


Nel presente queste due posizioni continuano a convivere e spesso entrano in tensione tra loro. Da una parte, la logica del para bellum influenza molte strategie di sicurezza, alleanze militari e politiche di difesa. Viene descritta come una posizione pragmatica perché il mondo viene percepito come fragile, instabile e potenzialmente pericoloso, e la forza appare quindi come una condizione necessaria per resistere alle minacce e per non rimanere vulnerabili.

In alcuni contesti questa impostazione può trasformarsi in una vera e propria identità, attraverso cui la realtà viene interpretata principalmente come uno spazio abitato dalla paura e dal rischio permanente, e in cui la preparazione al conflitto diventa un modo abituale di pensare e di reagire.


Dall’altra parte, il para pacem contemporaneo non corrisponde a una posizione ingenua o puramente idealistica. Questa prospettiva utilizza strumenti concreti come la diplomazia, la prevenzione dei conflitti, la cooperazione internazionale, lo sviluppo economico condiviso e i processi di controllo degli armamenti. La pace, in questa visione, viene intesa come un percorso in cui si creano condizioni che rendono la guerra progressivamente meno frequente e progressivamente meno necessaria.

Allo stesso tempo, anche il pacifismo può trasformarsi in una maschera quando porta a evitare il confronto reale con i conflitti, o quando trascura le differenze di potere e le responsabilità presenti nelle relazioni personali e sociali.


La domanda centrale oggi non riguarda soltanto quale delle due posizioni sia moralmente o politicamente corretta. La questione più profonda riguarda il tipo di persone e il tipo di società che emergono da queste scelte.

Un para bellum rigido può alimentare la paura, rafforzare atteggiamenti difensivi e aumentare la polarizzazione sociale. Un para pacem non elaborato può rendere le persone più esposte al rischio di essere sfruttate, può favorire la rinuncia a sé stessə e può spingere i conflitti a manifestarsi in forme nascoste o indirette.

Nella prospettiva Bodymind diventa essenziale riconoscere in quali situazioni la forza protegge e in quali irrigidisce, e in quali situazioni la pace crea connessione e in quali invece allontana dal contatto con la realtà.


Traduzione psicologica Bodymind: forza, confini, fiducia


Quando queste idee vengono portate dentro la vita personale e le relazioni, è possibile riconoscere dinamiche molto simili. Il para bellum interiore riguarda la capacità di dire no in modo chiaro, di proteggere i propri confini e di utilizzare la rabbia in maniera sana, proporzionata e orientata alla relazione.

Questa capacità funziona come una forma psicologica di deterrenza, perché chi ci sta intorno percepisce che esiste un limite che merita rispetto. Questa postura interiore favorisce stabilità quando è equilibrata, regolata e integrata nella propria esperienza. Diventa invece problematica quando si trasforma in difesa costante, in sfiducia profonda e in uno stato emotivo di allerta permanente.


Il para pacem interiore riguarda la capacità di coltivare fiducia, di entrare in dialogo, di negoziare i conflitti e di riparare il legame dopo momenti di tensione o di rottura. Questa capacità diventa solida quando convive con confini chiari e consapevoli. Perde la sua forza trasformativa quando si trasforma in compiacenza, rinuncia a sé stessə o illusione che la pace possa esistere soltanto evitando ogni forma di confronto.


La maturità Bodymind non nasce dalla scelta definitiva tra interventismo e pacifismo, né sul piano del comportamento esterno né su quello dell’esperienza interiore. La maturità prende forma attraverso una riflessione continua sulla propria posizione, attraverso la consapevolezza dei costi, dei limiti e delle zone d’ombra che sono presenti in entrambe le vie di rapporto con il conflitto e con la pace.


Le tre domande guida per il para bellum


  1. La prima domanda guida:

    Riguarda la natura della forza che si sta costruendo e chiede se essa sia realmente orientata alla difesa oppure se venga utilizzata, in modo consapevole o inconsapevole, per controllare l’altrə, per intimidirlɜ o per imporre la propria volontà. Questa domanda aiuta a distinguere se l’intenzione è davvero quella di proteggere oppure se dietro la difesa si nasconde una ricerca di potere e di dominio.


  2. La seconda domanda guida:

    Chiede se si stia scegliendo la forza perché il dialogo è realmente impossibile, oppure perché non sono ancora sufficientemente sviluppate le competenze necessarie per affrontare il conflitto in modo cooperativo e relazionale. Questa domanda apre uno spazio di onestà verso se stessə e verso la propria capacità di agire nelle relazioni e nei sistemi.


  3. La terza domanda guida:

    Sposta l’attenzione sui costi emotivi, sociali e relazionali di una postura interiore costantemente difensiva. Essa rende visibile il fatto che anche la semplice disponibilità interiore a essere sempre prontɜ allo scontro modifica il modo di vivere le relazioni e il clima della propria vita, anche quando la forza non viene mai usata concretamente.



Le tre domande guida per il para pacem


  1. La prima domanda guida del para pacem:

    Chiede se la pace che si sta cercando sia fondata su confini chiari e su una reale capacità di protezione di sé, oppure se dipenda soprattutto dalla speranza che l’altrə non approfitti della nostra vulnerabilità. Questa domanda permette di riconoscere se si sta vivendo una pace forte o una pace fragile.


  2. La seconda domanda guida del para pacem:

    Invita a verificare se esistano strumenti reali e concreti per affrontare e attraversare il conflitto, oppure se la pace venga confusa con l’evitamento del conflitto stesso. Questa domanda rafforza la capacità di guardare i problemi in modo diretto invece di spostarli o di nasconderli.


  3. La terza domanda guida del para pacem:

    Esplora la possibilità di rimanere capaci di agire anche quando l’altrə non collabora, senza annullare se stessə e senza reagire improvvisamente con aggressività. Questa domanda sostiene una postura interiore che mette in relazione autonomia, rispetto e protezione di sé.



Riflessione conclusiva Bodymind


Interventismo e pacifismo, così come forza e fiducia, possono trasformarsi in maschere quando indeboliscono il contatto con il proprio corpo, con le relazioni reali e con il contesto concreto in cui si vive. Diventano invece uno stile di vita quando vengono vissuti come scelte consapevoli, incarnate, flessibili e responsabili.

Il percorso Bodymind invita a preparare la forza senza trasformarla in un oggetto di idealizzazione e a costruire la pace senza renderla un’astrazione ideale. In questa direzione può nascere una forma di pace viva e radicata, che prende forma nell’incontro continuo tra confine e relazione, tra protezione e apertura, tra libertà e responsabilità condivisa.

 

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