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Come l’arte e la cultura metamoderna ci stanno cambiando

  • 10 ore fa
  • Tempo di lettura: 11 min
Persona sul tetto di una casa che usa un rullo per trasformare una nuvola in cielo azzurro — un’immagine surreale sull’arte e la cultura metamoderna.

Prima di entrare nel testo, voglio dire con chiarezza che sono consapevole del fatto che molti dei nomi che seguiranno siano poco conosciuti a chi non frequenta da vicino teoria dell’arte, filosofia contemporanea, cinema d’autore o architettura. È normale.

Il metamodernismo, pur essendo sempre più influente come clima culturale, non coincide ancora con un canone scolastico o con una lista di figure immediatamente familiari al grande pubblico. Proprio per questo, alla fine del testo, ho inserito una sezione di opere e interpreti che considero tra i più significativi per rendere visibili, in modo concreto, i valori metamoderni.


Questi valori, in forma breve, sono il tentativo di tenere insieme polarità che per molto tempo sono state vissute come incompatibili. Il metamoderno prova a tenere insieme sincerità e ironia, profondità e autocoscienza, critica e desiderio di senso, vulnerabilità e lucidità, immaginazione e realtà.

Nella vita quotidiana questo ci influenza più di quanto sembri. Lo vediamo nel modo in cui oggi molte persone cercano autenticità, ma non vogliono essere ingenue; vogliono emozionarsi, ma senza sentirsi manipolate; cercano spiritualità, ma non vogliono perdere il rigore; cercano comunità, ma senza annullare complessità e differenza.

In questo senso il metamoderno non è solo una categoria culturale: è anche una nuova educazione emotiva e simbolica.


L’arte metamoderna ha un ruolo centrale in questo processo perché, quasi sempre, anticipa i tempi. Prima che una svolta venga capita teoricamente, spesso viene già sentita esteticamente. L’arte ci “contagia” di metamoderno proprio così: ci abitua poco a poco a tollerare ambivalenza, a sentire profondamente senza rinunciare alla critica, a desiderare ancora senso dopo il lungo addestramento al sospetto.

Prima di diventare concetto, il metamoderno diventa atmosfera, linguaggio, immagine, musica, stile di racconto, modo di guardare il mondo. E solo dopo, come spesso accade, la filosofia arriva a nominare ciò che l’arte aveva già iniziato a farci vivere.


Perché l’arte, e poi la filosofia, cambiano il modo in cui ci percepiamo


L’arte non cambia solo ciò che guardiamo. Cambia anche il modo in cui sentiamo, organizziamo l’esperienza e riconosciamo ciò che, dentro di noi, merita dignità.

La ricerca recente sull’esperienza estetica mostra che il contatto con opere, immagini, ambienti e narrazioni può influenzare benessere, regolazione emotiva, riflessione, memoria autobiografica e attribuzione di significato. In questo senso l’arte non è un ornamento della coscienza, ma una tecnologia culturale della percezione.[1]


La filosofia interviene subito dopo, oppure più in profondità. Se l’arte ci espone a nuove forme del sentire, la filosofia ci offre le cornici con cui quelle esperienze diventano pensabili, condivisibili e abitabili. Gli studi sulle visioni del mondo mostrano infatti che non viviamo mai in un reale completamente neutro: lo interpretiamo attraverso valori, mappe di senso, presupposti impliciti e idee di ciò che conta.

Quando cambiano arte e filosofia, cambia anche la grammatica con cui una cultura vive dolore, desiderio, speranza, verità e mistero.[2]


Da una prospettiva Bodymind questo passaggio è decisivo. Non sentiamo solo con il sistema nervoso. Sentiamo anche con le immagini culturali che ci abitano. Ogni epoca autorizza alcune esperienze e ne svaluta altre. Alcune insegnano a credere nel progetto e nella profondità. Altre insegnano a sospettare di ogni profondità.

Altre ancora cercano di tenere insieme complessità critica e bisogno di senso. È qui che il metamodernismo diventa importante.[2][3]


Dove ci troviamo


Ci troviamo in un punto storico in cui il moderno non basta più, ma neppure il postmoderno riesce più a bastare da solo. Il moderno prometteva orientamento, progetto, profondità, costruzione di senso.

Il postmoderno ha smontato molte illusioni necessarie, mostrando che identità, linguaggi, verità e valori sono mediati, storici e spesso intrecciati al potere. Ma il prezzo di questa lucidità è stato talvolta una cultura del sospetto permanente, in cui entusiasmo, pathos, idealismo e profondità rischiano di apparire ingenui in partenza.[3][4]


Il metamoderno nasce esattamente in questa frattura. Non come ritorno puro al moderno, e non come semplice prosecuzione del postmoderno, ma come oscillazione fra i due. Timotheus Vermeulen e Robin van den Akker, nel testo che nel 2010 ha dato forma teorica al termine, parlano di un movimento tra entusiasmo moderno e ironia postmoderna.

Luke Turner, qualche anno dopo, ne ha dato una formulazione più divulgativa, insistendo su una condizione che vive insieme sincerità e ironia, slancio e dubbio, idealismo e consapevolezza critica.[3][4]


Molti esempi ormai mainstream aiutano a capire il clima. Una parte importante della cultura contemporanea non vuole più soltanto smontare il mondo, ma nemmeno tornarvi con innocenza. Vuole essere toccata e, insieme, restare lucida.

È per questo che film come Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Her, Amélie, The Grand Budapest Hotel o una serie come Severance possono essere percepiti come più vicini a questa sensibilità: sono formalmente consapevoli, talvolta stranianti, ma chiedono ancora partecipazione emotiva reale.[3][5]


Una breve parabola: modernismo, postmodernismo, metamodernismo


Il modernismo, in senso ampio, è la stagione della fiducia nel fatto che il mondo possa essere compreso, trasformato, ordinato o almeno attraversato con serietà. Anche quando è tragico, conserva ancora l’idea che esista una profondità da cercare, una verità da inseguire, una forma da costruire, una direzione da tentare.

Il soggetto moderno vuole capire, creare, cambiare.[6]


Il postmodernismo incrina questa fiducia. Non dice soltanto che il mondo è complesso. Dice che ogni accesso al mondo è mediato, situato, linguistico, storico. Diffida delle grandi narrazioni, delle identità troppo compatte, degli assoluti, delle verità troppo lineari.

Il suo valore centrale è la critica dei fondamenti. Il suo guadagno è enorme: smonta molte false totalità. Il suo rischio è altrettanto evidente: lasciare una cultura molto lucida ma talvolta povera di appigli affettivi e di orientamento condivisibile.[6]


Il metamoderno attraversa entrambi. Recupera dal moderno il desiderio di senso, verità, bellezza, esperienza, progetto e persino una forma di utopia. Conserva dal postmoderno l’autocoscienza critica, la diffidenza verso i fondamenti rigidi e la consapevolezza che ogni costruzione è parziale.

Per questo il suo gesto tipico non è la sintesi pacificata ma l’oscillazione. Non dice: torniamo a credere ingenuamente. Dice piuttosto: proviamo ancora a credere, a sentire e a costruire, sapendo che niente sarà puro o definitivo.[3][4]


Come nasce l’arte metamoderna nelle arti


Esteticamente il metamodernismo prende forma nei primi anni Duemila, ma riceve il suo nome teorico stabile nel 2010 con Notes on Metamodernism di Vermeulen e van den Akker.

In quel saggio gli autori non inventano un movimento dal nulla: cercano piuttosto di descrivere opere e tendenze che non sembrano più leggibili né come semplice modernismo aggiornato né come puro postmodernismo.

Parlano di una svolta neoromantica e indicano, tra i riferimenti ricorrenti, artisti come Olafur Eliasson, Gregory Crewdson, Kaye Donachie, David Thorpe, Ragnar Kjartansson e, sul piano architettonico, Herzog & de Meuron.[3]


Questo significa che il metamoderno non si riconosce da una tecnica unica, ma da un certo clima simbolico e affettivo. In Olafur Eliasson si può vivere una meraviglia quasi infantile, ma sempre attraverso un dispositivo chiaramente costruito.

In Gregory Crewdson la quotidianità suburbana diventa paesaggio visionario, sospeso tra intimità e artificio. In Ragnar Kjartansson convivono pathos, ripetizione, ironia lieve e desiderio autentico. Qui il punto non è il ritorno a un romanticismo storico puro. È il ritorno della possibilità del pathos dopo la lunga immunizzazione ironica del postmoderno.[3]


Nel cinema questa sensibilità diventa ancora più leggibile. Una parte del cosiddetto tono “quirky”, studiato da James MacDowell, si muove precisamente su quel filo tra ironia distaccata e sincerità emotiva.

Film di Wes Anderson, Spike Jonze, Charlie Kaufman o Michel Gondry mostrano bene questa oscillazione. Le opere restano stilizzate, autoreflessive, talvolta eccentriche, ma non rinunciano a chiedere allo spettatore di esporsi affettivamente.[5]


In architettura il metamoderno appare come desiderio di forma e atmosfera, ma senza perdere coscienza della materia, del tempo e della tecnica. Alcuni edifici diventano metamoderni non perché rinunciano alla funzione, ma perché la fondono con esperienza, apertura e immaginazione condivisa.

Qui la costruzione non è solo un oggetto da usare, ma un campo relazionale che tiene insieme ingegneria, percezione, simbolo e vita quotidiana.


Il metamodernismo in filosofia


In filosofia il metamoderno emerge più tardi come proposta esplicita. Il nome più rilevante oggi è Jason Ānanda Josephson Storm, che con Metamodernism: The Future of Theory propone una via oltre l’impasse del postmodernismo nelle scienze umane.

La sua tesi di fondo è chiara: il postmodernismo ha avuto ragione nel mostrare che le nostre categorie sono costruite, storiche, linguisticamente mediate. Ma da questo non segue che siano irreali, arbitrarie o inutili. Il metamoderno filosofico prova dunque a salvare insieme costruzione e realtà, critica e orientamento, pluralità e ricerca della verità.[7]


Qui il termine “costruito” va capito bene. Non vuol dire inventato dal nulla. Vuol dire prodotto e stabilizzato da pratiche, corpi, istituzioni, linguaggi e relazioni.

Esempio semplice: una categoria come identità, religione o genere non è una sostanza eterna, ma neppure una pura fantasia privata. Ha effetti reali sui corpi, sulle istituzioni, sulle emozioni, sulle possibilità di vita.

Per questo il metamoderno filosofico è interessante anche per una lettura Bodymind: non riduce la realtà a pura materia né a puro discorso, ma la pensa come intreccio di processi, simboli, relazioni e incarnazione.[2][7]


Da qui deriva anche il suo carattere integrale e sistemico. Integrale non nel senso di totalizzante, ma nel senso di capace di tenere insieme più strati dell’esperienza. Sistemico non nel senso di chiuso, ma nel senso di relazionale.

Il metamoderno non chiede di scegliere tra ragione e sentimento, critica e profondità, scienza e mistero. Chiede di pensare come questi poli si co-costituiscano senza che uno elimini l’altro.[3][7]


Il Metamodernismo in spiritualità


La spiritualità metamoderna nasce anche come reazione ai limiti della modernità più materialista e razionalista, che ha avuto il merito di criticare superstizione, dogma e autorità incontrollata, ma che in molte sue forme ha finito per ridurre l’essere umano a ciò che è misurabile, favorendo versioni di ateismo o di disincanto incapaci di rispondere fino in fondo al bisogno di significato.

La postmodernità ha riaperto quello spazio spirituale, ma spesso in forme molto frammentate, soggettiviste o mescolate a elementi hippie, magici ed esoterici.

Il metamoderno prova a integrare entrambe le spinte: conserva rigore, scienza, razionalità e critica del pensiero ingenuo, ma recupera anche simbolo, interiorità, rito, limite, mistero e vulnerabilità umana.

Per questo tende verso una spiritualità pragmatica, inclusiva e sintetica, che non rinuncia alla verifica razionale, ma non considera per questo illusorio il bisogno umano di senso, relazione e trascendenza.[6][8]


Qui la parola “trascendenza” non va intesa necessariamente in senso confessionale. Può indicare anche l’esperienza di andare oltre l’io immediato, oltre il puro consumo, oltre la riduzione dell’umano a prestazione e misura.

In questo senso la spiritualità metamoderna non coincide né con il ritorno alla religione dogmatica né con il bricolage esoterico senza criteri. Cerca piuttosto una via in cui simbolo, interiorità e verifica possano ancora parlarsi.[6][8]


Finale


Secondo una lettura proposta da Enrico Fonte nel 2026, però, non conviene abituarsi troppo al metamodernismo. Potrebbe essere un passaggio relativamente rapido verso qualcosa di molto più grande, difficile da immaginare, che si sta aprendo proprio con l’ingresso capillare dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana.

Questa parte non è una previsione scientifica già dimostrata, ma una ipotesi culturale forte: il metamoderno potrebbe essere solo il ponte tra la crisi del postmoderno e una nuova epoca in cui l’umano comincia a ridefinire se stesso attraverso le tecnologie che ha creato.[7][9]


Qui entra in gioco il transumanesimo. In senso generale, il transumanesimo è il movimento filosofico e culturale che sostiene l’uso di tecnologie emergenti, come intelligenza artificiale, ingegneria genetica, neurotecnologie e altre forme di potenziamento, per aumentare capacità umane, salute, longevità e funzionamento cognitivo.

Non è soltanto fantascienza. È già una cornice reale del dibattito contemporaneo su enhancement, postumano e trasformazione della condizione umana.[9][10]


Le conseguenze culturali e psicologiche potrebbero essere enormi. Se l’umano viene pensato sempre più come qualcosa di modificabile, integrabile, potenziabile e forse persino parzialmente ibridabile con sistemi artificiali, allora cambiano anche le idee di identità, limite, autenticità, desiderio, prestazione, dipendenza, relazione e coscienza.

Le revisioni recenti sull’uso dell’AI nella salute mentale mostrano già opportunità importanti, ma anche rischi seri riguardo a dipendenza, affidamento emotivo, standard etici, confusione relazionale e ridefinizione del confine tra supporto tecnico e legame umano.[9]


In questo scenario, il metamoderno potrebbe apparire come l’ultima grande cultura dell’umano ancora pienamente umano: già oltre il cinismo postmoderno, ma ancora non del tutto dentro il paesaggio transumano.

Per questo la sua importanza potrebbe essere duplice. Da una parte ci insegna a integrare complessità, critica, emozione e senso. Dall’altra ci prepara, forse senza volerlo, alla soglia di un’epoca in cui la domanda non sarà più soltanto come interpretiamo il mondo, ma che cosa resterà dell’umano quando i suoi limiti biologici, cognitivi e simbolici diventeranno sempre più negoziabili. Allacciate le cinture e benvenuti in Star Trek.[7][9][10]


Glimpses di metamodernità


  1. Arte visiva e installazione

    • Olafur Eliasson — The Weather Project. Un sole artificiale, una nebbia costruita e uno spazio museale trasformato in esperienza quasi cosmica mostrano come il metamoderno possa produrre meraviglia autentica senza nascondere il dispositivo che la rende possibile.[3]

    • Ragnar Kjartansson — The Visitors. La ripetizione musicale, la malinconia condivisa e la teatralità consapevole fanno convivere pathos e lieve ironia in una forma di comunità fragile ma reale.[3]

    • Gregory Crewdson — Beneath the Roses. Le sue scene suburbane, iper-costruite e profondamente emotive trasformano la vita quotidiana in un paesaggio sospeso tra realtà sociale, inconscio e mito contemporaneo.[3]


  2. Cinema

    • Wes Anderson — The Grand Budapest Hotel. L’iperstile, la miniaturizzazione ironica e la nostalgia sincera tengono insieme gioco formale e lutto per un mondo perduto.[5]

    • Spike Jonze — Her. Una storia d’amore con un’intelligenza artificiale diventa un modo delicato e postironico di parlare di solitudine, desiderio e legame nell’epoca tecnologica.[5]

    • Charlie Kaufman — Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Il film smonta memoria e identità con strumenti postmoderni, ma lo fa per restituire peso tragico e tenerezza alla relazione amorosa.[5]


  3. Architettura

    • Herzog & de Meuron — de Young Museum. Metamoderno perché unisce tecnica precisa, materia viva e atmosfera poetica.

    • Bjarke Ingels / BIG — The Mountain. Metamoderno perché fonde funzione pratica e visione utopica in una sola forma.

    • Snøhetta — Oslo Opera House. Metamoderno perché trasforma un edificio monumentale in uno spazio pubblico aperto, condiviso e relazionale.


  4. Letteratura

    • Roberto Bolaño — 2666. L’opera tiene insieme frammentazione, enigma, orrore storico e bisogno di totalità senza concedere né una spiegazione chiusa né un puro nichilismo.[3]

    • Dave Eggers — A Heartbreaking Work of Staggering Genius. L’autocoscienza ironica del testo non cancella il dolore e il desiderio di contatto, ma li rende ancora più esposti.[3]

    • Yann Martel — Life of Pi. La favola, il dubbio e la ricerca di verità convivono in una narrazione che chiede di scegliere tra razionalità spoglia e senso simbolico.[3]


  5. Musica

    • Björk — Undo. Fonde intimità emotiva e costruzione sonora sofisticata, oscillando tra vulnerabilità organica ed estetica tecnologica.

    • Billie Eilish — What Was I Made For?. Mette al centro una domanda esistenziale nuda dentro un’identità estetica fortemente costruita.

    • Ren — Hi Ren. Trasforma il conflitto interiore in performance, unendo vulnerabilità estrema, auto-dialogo e ricerca di integrazione.


  6. Serie

    • The Midnight Gospel — Pendleton Ward & Duncan Trussell. Unisce caos visivo e ricerca spirituale autentica, oscillando tra ironia e senso.

    • Severance — Dan Erickson. Mette in tensione critica fredda del sistema e bisogno umano di identità senza risolverli.

    • Westworld — Jonathan Nolan & Lisa Joy. Intreccia simulazione e coscienza mettendo in tensione controllo sistemico e ricerca autentica di libertà e identità.


  7. Filosofia e teoria

    • Timotheus Vermeulen e Robin van den Akker — Notes on Metamodernism. È il testo che dà il nome teorico alla nuova sensibilità definendola come oscillazione tra entusiasmo moderno e ironia postmoderna.[3]

    • Luke Turner — The Metamodernist Manifesto. Trasforma quel clima in una formula più pubblica e programmatica, insistendo sul vivere tra e oltre sincerità e ironia, dubbio e slancio.[4]

    • Jason Ānanda Josephson Storm — Metamodernism: The Future of Theory. Porta il metamoderno nel cuore della teoria contemporanea, proponendo un modo di pensare che conservi la critica postmoderna ma riabiliti realtà, valori e ricerca della verità.[7]


Note


  1. M. K. D. Trupp et al., “The impact of viewing art on well-being—a systematic review of the evidence base and suggested mechanisms”, The Journal of Positive Psychology, 2025.

  2. R. Mifsud et al., “Worldviews and the role of social values that underlie them”, 2023.

  3. Timotheus Vermeulen, Robin van den Akker, “Notes on Metamodernism”, Journal of Aesthetics & Culture, 2010.

  4. Luke Turner, “Metamodernism: A Brief Introduction”, 2015, e The Metamodernist Manifesto.

  5. James MacDowell, “Quirky Tone and Metamodernism”.

  6. Stanford Encyclopedia of Philosophy, voce “Postmodernism”, e Oxford Research Encyclopedia of Religion, voce “Spirituality and Contemporary Art”.

  7. Jason Ānanda Josephson Storm, Metamodernism: The Future of Theory, University of Chicago Press, 2021.

  8. Su arte contemporanea e spiritualità come spazio non riducibile né a religione istituzionale né a pura superficie culturale.

  9. “Transhumanism”, Encyclopaedia Britannica, aggiornato al 7. April 2026; Stanford Encyclopedia of Philosophy, voce “Human Enhancement”; and recent reviews on AI and mental health.

  10. Stanford Encyclopedia of Philosophy, voce “Ethics of Artificial Intelligence and Robotics”.

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