Trauma Bonding and the Illusion of Control

Quando il sollievo dopo la sofferenza viene scambiato per amore
Dopo una giornata trascorsa con scarpe troppo strette, il momento in cui finalmente le togliamo può produrre una sensazione sorprendentemente piacevole. Non sentiamo soltanto la scomparsa del dolore: per qualche istante proviamo un vero benessere.
Lo stesso può accadere quando liberiamo l’addome da pantaloni che ci hanno compressə per ore, impedendoci di respirare liberamente. Il corpo si espande, il respiro scende, la pressione diminuisce e ciò che dovrebbe essere una condizione normale - non avere male, poter respirare - viene percepito come un piccolo piacere.
Ma quel piacere non era contenuto nelle scarpe né nei pantaloni. Non è stato prodotto dalla costrizione. È nato dalla sua cessazione.
La ricerca sul dolore parla di pain-offset relief, il sollievo prodotto dalla fine di uno stimolo doloroso. La cessazione del dolore non viene elaborata dal cervello come un semplice ritorno allo zero. Può assumere una valenza positiva, attivare circuiti coinvolti nella ricompensa e produrre una sensazione soggettiva di piacere.
Studi sperimentali mostrano che il sollievo può essere piacevole proprio perché contraddice un’aspettativa negativa: ci aspettavamo che il dolore continuasse e, improvvisamente, finisce.
Anche il sistema degli oppioidi endogeni sembra contribuire alla piacevolezza del sollievo.[1]
Questo meccanismo corporeo offre una metafora potente per comprendere alcune relazioni fondate sull’alternanza fra sofferenza e riconciliazione. La metafora, però, non deve essere trasformata in una prova neuroscientifica eccessiva: non è stato dimostrato che togliersi una scarpa stretta e sviluppare un trauma bond siano lo stesso processo neurologico.
La ricerca sul sollievo ci permette piuttosto di comprendere un principio generale: la fine di uno stato negativo può essere vissuta come una ricompensa positiva.
Quando una persona ci umilia, ci ignora, minaccia di lasciarci, ritira il proprio affetto o ci tiene nell’incertezza, il suo ritorno può produrre un sollievo enorme. Il corpo si rilassa, l’ansia diminuisce, la ruminazione si interrompe e per qualche ora possiamo nuovamente respirare. Quel sollievo può essere chiamato amore.
Ma non sempre il piacere del ritorno dimostra la qualità della relazione. A volte dimostra soltanto quanto dolorosa fosse stata l’assenza prodotta dalla relazione stessa.
Una relazione sana non ci salva continuamente da se stessa
La differenza può essere espressa con una formula semplice, purché non venga interpretata in modo assoluto.
In una relazione sana posso dire:
Da solə sto abbastanza bene. Con te sto ancora meglio.
Se te ne vai soffrirò per la perdita, ma non perderò completamente me stessə.
L’amore sano non elimina il dolore della separazione. Una persona può soffrire profondamente per la fine di una relazione sicura. La differenza è che la relazione non è diventata l’unico regolatore possibile della sicurezza, del valore personale e della capacità di esistere.
Nel trauma bonding, invece, l’esperienza può assumere questa forma:
Da solə sto male. Quando ti allontani sto ancora peggio.
Quando ritorni provo un sollievo così intenso che lo chiamo amore.
Il partner non è soltanto la persona desiderata. Diventa contemporaneamente la fonte del dolore e la principale fonte della sua sospensione.
Prima crea o amplifica l’allarme; successivamente offre la rassicurazione che lo interrompe. La persona non torna necessariamente perché la relazione la faccia stare stabilmente bene, ma perché il ritorno interrompe temporaneamente uno stato diventato insostenibile.
È come se qualcuno ci consegnasse ogni sera scarpe più larghe dopo averci costrettə a portare per tutto il giorno scarpe troppo strette. Potremmo cominciare a percepire quella persona come l’unica capace di liberarci, dimenticando che è anche la persona che decide quanto devono stringere le scarpe.
Che cosa significa davvero trauma bonding
Il concetto di traumatic bonding fu proposto nel 1981 dagli psicologi Donald Dutton e Susan Painter per descrivere lo sviluppo di forti legami emotivi all’interno di relazioni caratterizzate da maltrattamento intermittente.
Il termine non indica due persone che si legano raccontandosi i propri traumi. Non descrive automaticamente una relazione intensa, conflittuale o incompatibile. Non significa nemmeno che una persona traumatizzata sia inevitabilmente attratta da persone violente.
Nella teoria originale erano necessarie soprattutto due condizioni:
un significativo squilibrio di potere e l’alternanza fra trattamento negativo e trattamento positivo.
Una persona possiede progressivamente più controllo, mentre l’altra perde autonomia, sicurezza, risorse o fiducia nelle proprie percezioni.
Contemporaneamente, abuso, svalutazione o minaccia vengono interrotti da periodi di tenerezza, pentimento, sessualità intensa, promesse e apparente trasformazione.[2]
Nel 1993 Dutton e Painter verificarono la teoria studiando 75 donne che avevano recentemente lasciato relazioni abusive, 50 delle quali con violenza fisica. Le partecipanti furono nuovamente valutate sei mesi dopo. I risultati collegavano la persistenza dell’attaccamento soprattutto all’intermittenza del trattamento e al differenziale di potere.
Lo studio è importante perché rappresenta una delle verifiche empiriche dirette della teoria, ma non è una prova definitiva: il campione era piccolo, le misurazioni erano prevalentemente retrospettive e osservazionali e non permettevano di dimostrare che l’intermittenza avesse causato il legame.[3]
Ricerche più recenti hanno trovato associazioni fra trauma bonding, maltrattamento infantile, insicurezza di attaccamento, vittimizzazione nella relazione e sintomi post-traumatici. Sono stati inoltre sviluppati questionari specifici, validati inizialmente su 619 giovani adultə negli Stati Uniti e successivamente su 538 giovani adultə in Kenya.[4]
Questo sviluppo migliora la possibilità di studiare il fenomeno, ma non risolve tutti i problemi. Un questionario affidabile dimostra che un insieme di esperienze può essere misurato coerentemente; non dimostra automaticamente che esista un unico meccanismo psicologico autonomo chiamato trauma bonding.
Il trauma bonding non è attualmente una diagnosi indipendente nei principali sistemi diagnostici internazionali. È un costrutto descrittivo e teorico.
Le evidenze sostengono l’esistenza di attaccamenti persistenti verso persone maltrattanti e rendono plausibile il ruolo dell’intermittenza e dello squilibrio di potere. Sono invece ancora insufficienti per stabilire una prevalenza precisa, criteri diagnostici universali, un singolo meccanismo neurobiologico o un trattamento specifico valido per tutte le persone.[5]
Quando chi ci spaventa diventa anche chi ci calma
Il sistema di attaccamento si attiva soprattutto quando percepiamo pericolo, separazione o indisponibilità.
In una relazione sufficientemente sicura, la persona importante può funzionare come base sicura: cerchiamo vicinanza, riceviamo una risposta prevedibile e possiamo successivamente tornare a esplorare il mondo e regolarci anche autonomamente.
Nelle relazioni abusive o fortemente intermittenti accade qualcosa di paradossale: la stessa persona può essere percepita come fonte di protezione e fonte di minaccia.
Quando il partner si allontana, minaccia la relazione o ritira improvvisamente l’affetto, il sistema di attaccamento entra in allarme. Compaiono pensieri ripetitivi, controllo dei messaggi, paura della perdita, fantasie di riconciliazione e ricerca di segnali.
Quando il partner ritorna, l’attivazione diminuisce. Il ritorno viene quindi associato non soltanto alla persona, ma alla cessazione della paura.
L’attaccamento ansioso può intensificare questo processo attraverso strategie definite di iperattivazione: aumento della vigilanza, difficoltà a distogliere l’attenzione dalla relazione, amplificazione dei segnali di separazione e ricerca urgente di rassicurazione.
L’attaccamento insicuro rappresenta una vulnerabilità, non una condanna: non tutte le persone con traumi di attaccamento sviluppano un trauma bond e non tutte le persone coinvolte in relazioni abusive possiedono una storia di attaccamento insicuro.[6]
Anche l’incertezza può aumentare temporaneamente l’attrazione e la quantità di pensieri rivolti a una persona. In un noto esperimento, partecipanti che non sapevano quanto piacessero a possibili partner riferivano più attrazione rispetto a partecipanti convintə di piacere molto.
Questo dato non dimostra il trauma bonding, ma mostra che l’incertezza può aumentare la salienza mentale e venire interpretata come interesse romantico.[7]
Pensare continuamente a qualcuno non dimostra necessariamente che quella persona sia particolarmente compatibile con noi. Può anche significare che il nostro cervello non riesce a prevedere che cosa accadrà.
L’illusione di controllo
Una relazione imprevedibile produce una domanda ossessiva:
Che cosa devo fare affinché ritorni la versione amorevole di questa persona?
La persona può cominciare a studiare il partner, anticiparne l’umore e modificare continuamente il proprio comportamento.
Cerca di essere più comprensivə, meno bisognosə, più attraente, più disponibile sessualmente, meno conflittuale o più capace di sopportare.
Ogni breve miglioramento sembra confermare che la strategia abbia funzionato.
Nasce così un’illusione di controllo:
Se trovo il comportamento giusto, posso impedire il dolore e far tornare l’amore.
Questa illusione può essere psicologicamente preferibile all’impotenza. Pensare «dipende da me» produce vergogna e colpa, ma conserva anche una piccola speranza di poter controllare la situazione.
Riconoscere che il comportamento dell’altra persona non dipende da noi può essere più realistico, ma inizialmente anche più doloroso.
In una prospettiva Bodymind, il trauma bonding può quindi diventare un tentativo di recuperare agency senza abbandonare la relazione.
La persona non riesce a controllare il partner, ma prova a controllare se stessə per ottenere dal partner la fase buona.
Non può produrre sicurezza autonomamente e tenta allora di produrre il ritorno di chi, temporaneamente, gliela restituisce.
Questa interpretazione è clinicamente plausibile, ma non deve essere presentata come l’unico meccanismo scientificamente dimostrato.
In una relazione abusiva entrano spesso in gioco anche paura, isolamento, dipendenza economica, minacce, figliə, controllo coercitivo, erosione dell’autostima, vergogna, speranza, amore reale e rischio concreto di violenza.
Restare non dimostra automaticamente l’esistenza di un trauma bond e non significa che la persona desideri essere maltrattata.
Sette modi per riconoscerlo ed evitarlo
1. Valutare la relazione nella sua media, non nei suoi picchi
Il primo errore è giudicare la relazione nei momenti migliori: la riconciliazione, il sesso dopo il conflitto, le promesse, il weekend perfetto, la tenerezza dopo giorni di silenzio.
Una relazione dovrebbe essere valutata attraverso il suo andamento complessivo.
Come ci sentiamo mediamente durante una settimana o un mese?
Possiamo dormire, lavorare, respirare ed essere spontanei?
Oppure trascorriamo la maggior parte del tempo nell’attesa che ritorni un breve momento di benessere?
Il trauma bonding può essere alimentato da picchi molto intensi che nascondono una base relazionale dolorosa. Per prevenirlo è utile osservare precocemente la continuità: non soltanto quanto bene qualcuno sa farci sentire, ma quanto raramente ci costringe a recuperare da ciò che ha fatto.
2. Domandarsi che cosa è accaduto prima del piacere
Quando il partner ritorna e proviamo un piacere enorme, possiamo chiederci:
Sto provando la gioia di incontrare questa persona o il sollievo perché è finalmente terminata l’angoscia che la sua assenza aveva prodotto?
Le due esperienze possono coesistere. La domanda non serve a negare il sentimento, ma a comprenderne la composizione.
Un segnale importante è la sequenza corporea.
Prima del contatto c’erano:
tachicardia
costrizione toracica
nausea
insonnia
ruminazione o incapacità di concentrarsi
Dopo il messaggio o il ritorno compare un crollo improvviso della tensione?
In quel caso, una parte rilevante del piacere potrebbe derivare dalla regolazione dell’allarme.
La prevenzione consiste nel non affidare a una sola persona l’intero sistema di regolazione. Relazioni affidabili, sonno, movimento, contatto corporeo sicuro, psicoterapia, attività significative e capacità di calmarsi senza contattare immediatamente il partner riducono la dipendenza dal ritorno come unica medicina.
3. Verificare se il “no” è realmente possibile
La sicurezza relazionale non si misura soltanto attraverso ciò che accade quando diciamo sì. Si vede soprattutto attraverso ciò che succede quando diciamo no.
Possiamo rifiutare sesso, contatto, denaro, disponibilità, convivenza o un incontro senza essere puniti?
Possiamo esprimere disaccordo senza ricevere silenzio ostile, umiliazioni, minacce, ricatti o improvvisi ritiri d’amore?
Possiamo mantenere amicizie, privacy, autonomia economica e tempo personale?
Lo squilibrio di potere non richiede necessariamente violenza fisica. Può svilupparsi attraverso controllo del denaro, sorveglianza, isolamento, minacce, svalutazione sistematica, pressione sessuale o monopolizzazione del tempo.
Le analisi europee sulla violenza nelle relazioni mostrano che la violenza inserita in un quadro di controllo coercitivo è associata a conseguenze più gravi rispetto a episodi non inseriti nello stesso pattern di dominio.[8]
Per evitare il legame traumatico occorre proteggere fin dall’inizio le condizioni materiali dell’autonomia: relazioni esterne, accesso al denaro, luoghi propri, libertà di movimento e diritto di cambiare idea.
4. Credere ai pattern più che alle promesse
Il pentimento può essere autentico come emozione e inefficace come cambiamento.
Una persona può provare vergogna, disperazione o paura di perderci e continuare comunque a ripetere lo stesso comportamento.
Il cambiamento non si misura dall’intensità della riconciliazione. Si misura attraverso comportamenti osservabili e mantenuti nel tempo:
assunzione di responsabilità senza giustificazioni
interruzione delle intimidazioni
rispetto dei confini
ricerca autonoma di aiuto e capacità di tollerare le conseguenze delle proprie azioni.
Il trauma bonding viene rafforzato quando ogni promessa viene interpretata come una trasformazione già avvenuta.
Per evitarlo è necessario rallentare: non concedere immediatamente nuova fiducia perché l’altra persona appare disperata, ma osservare se la continuità sostituisce realmente l’intermittenza.
5. Proteggere la realtà condivisa
Le relazioni coercitive tendono spesso a diventare sistemi chiusi. Le amicizie vengono progressivamente allontanate, la famiglia viene descritta come nemica, la terapia viene svalutata e chiunque ponga domande viene accusatə di non comprendere la profondità della relazione.
L’isolamento riduce i punti di confronto. Se esiste soltanto la narrazione della coppia, diventa più difficile distinguere amore, paura e controllo.
Mantenere relazioni esterne non significa permettere ad altre persone di decidere della nostra vita.
Significa conservare una realtà che non dipenda completamente dal partner.
Può essere utile annotare episodi concreti, soprattutto quando dopo la riconciliazione tendiamo a minimizzarli. Non per raccogliere prove contro qualcuno, ma per proteggere la continuità della nostra memoria.
La domanda centrale è:
Riesco ancora a raccontare sinceramente ciò che accade, oppure devo nascondere una parte della relazione per poterla difendere?
6. Non prendere decisioni durante l’iperattivazione
Quando il sistema di attaccamento è in allarme, la priorità diventa ristabilire il contatto.
In quel momento possiamo promettere ciò che non desideriamo, cancellare confini appena formulati o tornare in situazioni dalle quali avevamo deciso di uscire.
Rimandare una decisione non significa reprimere le emozioni. Significa riconoscere che il bisogno urgente di sollievo può restringere la capacità di valutare il futuro.
Prima di inviare un messaggio, incontrare la persona o annullare una separazione, può essere necessario ristabilire condizioni minime di regolazione:
dormire
mangiare
muovere il corpo
parlare con una persona affidabile
aspettare che l’attivazione diminuisca
Non perché il corpo sia irrazionale, ma perché un corpo terrorizzato è orientato verso la cessazione immediata del dolore, non necessariamente verso la sicurezza a lungo termine.
La ricerca sulle strategie di attaccamento mostra che l’ansia di attaccamento può mantenere attenzione, ruminazione e ricerca di vicinanza proprio quando la relazione viene percepita come minacciata.[6]
Imparare a riconoscere questa condizione consente di ascoltare l’emozione senza trasformarla immediatamente in azione.
7. Uscire dal ciclo in sicurezza e ricostruire la capacità di stare con sé
Quando esistono violenza, minacce, stalking, coercizione sessuale o controllo grave, l’uscita non dovrebbe essere trattata come una semplice prova di forza di volontà.
La separazione può essere una fase delicata e richiedere una pianificazione personalizzata, protezione dei documenti, sicurezza digitale, sostegno economico e coinvolgimento di servizi specializzati.
Non sempre è sicuro confrontare direttamente la persona abusante, comunicare in anticipo ogni piano o interrompere improvvisamente ogni contatto senza una valutazione del rischio.
Gli interventi di advocacy e safety planning possono aiutare a migliorare l’accesso alle risorse, la sicurezza e alcuni aspetti del benessere, anche se gli effetti variano e le prove non sono uniformi per tutti gli interventi.[9]
Dopo l’uscita può rimanere una forte attrazione. Questo non dimostra che la scelta di uscire fosse sbagliata. Il sistema di attaccamento può continuare a cercare la stessa persona dalla quale aveva imparato a ricevere sollievo.
La guarigione non consiste quindi soltanto nel comprendere razionalmente che la relazione era dannosa. Significa ricostruire lentamente esperienze nelle quali sia possibile stare con se stessə senza precipitare, ricevere vicinanza senza pagare con la paura e riconoscere la sicurezza anche quando appare inizialmente meno eccitante dell’incertezza.
Le terapie psicologiche rivolte a persone che hanno subito violenza possono ridurre soprattutto sintomi depressivi e, in alcuni studi, ansia e sintomi post-traumatici; tuttavia non esiste ancora una terapia specifica universalmente validata per il trauma bonding come costrutto indipendente.[10]
Non è masochismo
Definire il trauma bonding come desiderio inconscio di soffrire significa confondere l’effetto con la causa.
La persona non desidera necessariamente il dolore. Desidera la fine del dolore, la fase buona, il ritorno, la promessa, la persona che talvolta sembrava esserci veramente.
Il problema è che sollievo e sofferenza provengono dalla stessa relazione e diventano difficili da separare.
Non si rimane perché si ama soffrire.
Si può rimanere perché si ama qualcuno che fa soffrire, perché si teme ciò che accadrebbe uscendo, perché si è statə isolatə, perché si dipende materialmente, perché si continua a sperare o perché il sistema nervoso ha imparato che la riconciliazione è l’unica via rapida per interrompere l’allarme.
Attribuire tutto a una patologia della vittima nasconde inoltre il comportamento della persona che alterna controllo e affetto.
Il trauma bonding non dovrebbe diventare una nuova etichetta con cui colpevolizzare chi non riesce a separarsi abbastanza velocemente.
Dalla liberazione temporanea alla sicurezza
Togliersi una scarpa troppo stretta è piacevole, ma la soluzione non consiste nel diventare più bravə a sopportarla durante il giorno. Non consiste nemmeno nel dipendere da qualcuno che ogni sera ci permetta di toglierla.
La soluzione è riconoscere che quella scarpa non è adatta al nostro corpo.
Analogamente, il compito non è imparare a sopportare meglio una relazione che produce continuamente paura per poi godere più intensamente della riconciliazione.
È sviluppare una sicurezza che non debba essere preceduta dalla sofferenza.
Nella psicoterapia corporea il lavoro può attraversare diversi livelli.
Il corpo impara a distinguere attivazione, sollievo e sicurezza.
Il mondo emotivo riconosce paura, desiderio, amore, vergogna e speranza senza confonderli.
La mente osserva la continuità dei comportamenti e non soltanto l’intensità delle promesse.
La parte adulta recupera confini, risorse, relazioni esterne e capacità di decisione.
La trasformazione può essere sintetizzata così:
Prima, da solə stavo male e avevo bisogno che tu tornassi per stare temporaneamente meglio.
Ora posso soffrire, desiderarti e sentire la tua mancanza senza consegnarti il controllo della mia sicurezza.
L’amore non è la persona che ci permette periodicamente di respirare dopo averci tolto l’aria.
L’amore è una relazione nella quale possiamo continuare a respirare.
Note scientifiche
Leknes, S., Lee, M., Berna, C., Andersson, J. e Tracey, I. (2011), Relief as a Reward: Hedonic and Neural Responses to Safety from Pain. Lo studio mostra che il sollievo rispetto a un dolore atteso può essere vissuto come ricompensa. Becerra e colleghə hanno inoltre osservato risposte nel nucleo accumbens e nella corteccia cingolata alla cessazione del dolore. Uno studio farmacologico successivo ha trovato che il blocco degli oppioidi endogeni mediante naltrexone riduceva la piacevolezza del sollievo. PubMed
Dutton, D. G. e Painter, S. L. (1981), Traumatic Bonding: The Development of Emotional Attachments in Battered Women and Other Relationships of Intermittent Abuse, Victimology, 6, 139-155. Gli autori formularono il concetto a partire dall’interazione fra squilibrio di potere e alternanza di trattamento positivo e negativo. DOI / riferimento
Dutton, D. G. e Painter, S. L. (1993), Emotional Attachments in Abusive Relationships: A Test of Traumatic Bonding Theory, Violence and Victims, 8, 105-120. Lo studio comprendeva 75 donne recentemente uscite da relazioni abusive e una rivalutazione a distanza di sei mesi. PubMed
Shaughnessy, E. V. e colleghə (2023), Risk Factors for Traumatic Bonding and Associations with PTSD Symptoms: A Moderated Mediation, studio su maltrattamento infantile, insicurezza di attaccamento, vittimizzazione e sintomi post-traumatici. Chenneville e colleghə (2024) hanno validato la Trauma Bonding Scale for Adults in un campione kenyano di 538 giovani adultə; la scala era stata inizialmente sviluppata in un campione statunitense di 619 persone. PubMed
Il trauma bonding è un costrutto di ricerca e non compare come diagnosi indipendente nelle descrizioni cliniche e nei requisiti diagnostici dell’ICD-11. La presenza di scale validate non stabilisce da sola l’esistenza di una sindrome clinica autonoma o di un unico meccanismo causale. Organizzazione Mondiale della Sanità
Mikulincer, M. e Shaver, P. R. (2019), Attachment Orientations and Emotion Regulation, revisione delle evidenze sulle strategie di iperattivazione e disattivazione connesse all’ansia e all’evitamento di attaccamento. Una meta-analisi ha inoltre trovato associazioni robuste fra insicurezza di attaccamento e salute mentale, generalmente più forti per l’ansia di attaccamento. PubMed
Whitchurch, E. R., Wilson, T. D. e Gilbert, D. T. (2011), He Loves Me, He Loves Me Not…: Uncertainty Can Increase Romantic Attraction. Nell’esperimento, l’incertezza sull’interesse dei possibili partner aumentava pensieri e attrazione dichiarata. Il risultato riguarda l’attrazione sotto incertezza e non costituisce una prova diretta del trauma bonding. PubMed
Nevala, S. (2017), Coercive Control and Its Impact on Intimate Partner Violence Through the Lens of an EU-Wide Survey on Violence Against Women. L’analisi dei dati europei distingue la violenza inserita in un quadro di controllo coercitivo, associata a forme più gravi di violenza e a conseguenze più ampie. PubMed
Rivas, C. e colleghə (2015), Advocacy Interventions to Reduce or Eliminate Violence and Promote the Physical and Psychosocial Well-Being of Women Who Experience Intimate Partner Abuse, revisione Cochrane sugli interventi di advocacy. Le evidenze sostengono alcuni benefici, ma con differenze dovute a intensità, contesto e caratteristiche degli interventi. PubMed
Hameed, M. e colleghə (2020), Psychological Therapies for Women Who Experience Intimate Partner Violence, revisione sugli interventi psicologici; Micklitz, H. M. e colleghə (2024), meta-analisi sull’efficacia degli interventi psicosociali per persone sopravvissute alla violenza del partner. I risultati sostengono soprattutto effetti sui sintomi depressivi, mentre gli esiti relativi a PTSD, ansia, sicurezza e nuova esposizione alla violenza sono più variabili. PubMed



