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Quando il trauma resiste alla terapia

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 10 min
Donna con linee dorate simili a cicatrici sul viso e sul collo, simbolo di trauma, guarigione, resilienza e integrazione delle ferite emotive attraverso la Terapia del Trauma.

Questo testo parla di trauma, ferite di sviluppo, violenza, incidenti, memoria corporea e terapia. Per alcune persone traumatizzate, immagini come ferite, schegge, armi o cicatrici possono essere attivanti.


Può essere utile leggere lentamente, fare pause, orientarsi nel presente e interrompere la lettura se il sistema nervoso diventa troppo carico.


La ferita che non può diventare memoria


A volte il trauma resiste alla terapia non perché la persona “non può guarire”, non perché è debole o troppo attaccata al dolore, ma perché una parte profonda della psiche cerca qualcosa che nessuna terapia può davvero offrire: non l’integrazione, ma l’annullamento. Non “aiutami a vivere con ciò che è accaduto”, ma “fa’ che non sia mai accaduto”.


Questa fantasia può apparire sia nei traumi di shock, come incidenti, aggressioni, violenze, lutti improvvisi, umiliazioni acute o eventi catastrofici, sia nei traumi di sviluppo, cioè ferite ripetute nel tempo dentro relazioni instabili, fredde, intrusive, trascuranti, violente o imprevedibili.


Nel trauma di shock la ferita può avere un prima e un dopo più visibile. Nel trauma di sviluppo, invece, spesso non c’è una sola scena. C’è un clima, un’infanzia, un corpo abituato troppo presto a difendersi, adattarsi, compiacere, sparire o controllare.


La crescita post-traumatica, secondo il modello classico di Tedeschi e Calhoun, non nasce dal trauma in sé, ma dalla lotta con una crisi che rompe le convinzioni fondamentali su sé, sugli altri e sul mondo. Il trauma può distruggere fiducia, senso, appartenenza e continuità.

La crescita, quando accade, non è una decorazione positiva sopra la ferita. È una riorganizzazione lenta della vita attorno a ciò che è stato ferito.


Gli archetipi interiori e il bambin@ che cerca la magia


Nella Bodymind Therapy, gli archetipi sono immagini simboliche e cliniche: non sono identità fisse, diagnosi o verità biologiche letterali. Sono modi attraverso cui la psiche organizza emozioni, ruoli, bisogni, paure e strategie.


Il bambin@ interiore, per esempio, non è “un vero bambino dentro il cervello”, ma una figura simbolica che rappresenta bisogni infantili rimasti vivi: protezione, amore, fiducia, gioco, riconoscimento, appartenenza e sicurezza.


Quando il trauma non si integra, spesso una parte infantile non sta cercando solo comprensione. Sta cercando salvezza assoluta. Può cercare che qualcun@ arrivi troppo tardi, ma finalmente con il potere giusto. Può cercare che il dolore venga tolto, che l’ingiustizia venga cancellata, che la scena venga riscritta, che il corpo torni innocente, che la memoria perda ogni veleno.


In questa posizione, il/la terapeuta può essere inconsciamente investit@ del ruolo di mago o maga.


Questa è la fantasia dell’annullamento retroattivo. In termini psicoanalitici richiama l’idea freudiana dell’Ungeschehenmachen, il rendere “non accaduto” ciò che è accaduto. Non si tratta semplicemente di riparare. Si tratta di cancellare. La terapia viene cercata come magia negativa: non una magia che crea qualcosa, ma una magia che dovrebbe eliminare una parte della realtà.


Questa fantasia è profondamente comprensibile. Quando una persona è stata ferita in un tempo in cui non aveva potere, linguaggio, difese, scelta o adulti affidabili, è naturale che una parte di lei possa cercare un potere più grande della realtà.


Ma proprio questa fantasia può bloccare la Terapia del Trauma. Se il/la terapeuta deve diventare colui o colei che cancella il passato, ogni seduta che non lo cancella può sembrare un fallimento. Ogni emozione che ritorna può essere vissuta come prova che “non sto guarendo”. Ogni cicatrice può sembrare una sconfitta.


Il/la terapeuta non è un mago, è più simile a un chirurgo – Terapia del Trauma


Nella vita spesso si combatte. Non sempre in senso letterale, ma nel senso che l’esistenza espone corpo e psiche a urti, perdite, ingiustizie, incidenti, conflitti, malattie, separazioni e violenze.


A volte ci sono responsabilità chiare. A volte ci sono vittime innocenti. A volte una persona viene ferita come in una battaglia, da una granata, da uno sparo, da un evento che non meritava, non cercava e non poteva controllare.


In questa metafora, il/la terapeuta non è il mago o la maga che può impedire che la granata sia esplosa. È più simile a un chirurgo o a una chirurga.


Non può dire: “non sei stat@ ferit@”. Non può cancellare la scena. Non può rendere la pelle identica a prima. Può però aiutare a vedere la ferita, pulirla, riaprirla quando serve, togliere le schegge, disinfettare, cucire, proteggere e accompagnare la formazione di una cicatrice.


Perché alcune terapie non integrano il trauma


Una terapia può non integrare il trauma quando entra troppo presto nella ferita senza abbastanza regolazione.


Può accadere quando la persona rivive tutto, ma non acquisisce più sicurezza. Può accadere quando il racconto diventa ripetizione, non trasformazione. Può accadere quando la ruminazione resta intrusiva, cioè ripetitiva, automatica e dolorosa, invece di diventare ruminazione deliberata, cioè riflessione più volontaria, contenuta e orientata al significato.

Gli studi sul post-traumatic growth mostrano che la ruminazione deliberata è più collegata alla crescita, mentre la ruminazione intrusiva può restare vicina al disagio e alla riattivazione.

La terapia può fallire anche quando cerca di essere solo mentale, mentre il trauma è ancora corporeo. Il corpo può continuare a reagire come se il pericolo fosse presente: ipervigilanza, collasso, tensione, nausea, congelamento, insonnia, irritabilità, vergogna o fuga. In quel caso non basta spiegare il trauma. Serve aiutare il sistema nervoso a distinguere passato e presente.


Può fallire anche quando la relazione terapeutica diventa il luogo della fantasia magica. Il bambin@ interiore aspetta il salvatore o la salvatrice. Il/la terapeuta viene idealizzat@, poi inevitabilmente delude. La delusione riapre la ferita originaria: “nessun@ mi salva”, “nessun@ mi capisce”, “sono troppo rott@”, “nemmeno la terapia funziona”.


Così la terapia non diventa sala operatoria, ma palcoscenico della vecchia ferita.

E può fallire quando il lavoro non arriva mai all’accettazione della cicatrice. La persona continua a cercare una guarigione senza tracce. Ma una ferita profonda non guarisce diventando una pelle che non ha mai conosciuto il taglio. Guarisce diventando cicatrice.



Prima fase: la ferita profonda


Il trauma è come una ferita da arma. Non è un graffio superficiale. Entra in profondità, rompe tessuti, lascia dolore, paura e shock. Anche quando l’evento è finito, il corpo può continuare a comportarsi come se fosse ancora sotto attacco.


In questa fase la persona non sta ancora crescendo. Sta sopravvivendo. Il sistema nervoso cerca di fermare il sangue, contenere il dolore, capire se il pericolo è finito. La crescita post-traumatica non comincia qui. Qui comincia la necessità di sicurezza.


Seconda fase: le schegge dentro


A volte la ferita non contiene solo il taglio principale. Dentro restano schegge. Nel trauma queste schegge possono essere immagini, odori, frasi, posture, sensazioni corporee, vergogna, colpa, paura, rabbia, disgusto o convinzioni negative su sé e sugli altri.


Una scheggia può dire: “non sono al sicuro”. Un’altra: “è colpa mia”. Un’altra: “non posso fidarmi”. Un’altra ancora: “sono rott@”, “nessun@ mi protegge”, “devo controllare tutto”, “se mi rilasso, succede di nuovo”.

Anche se fuori la vita continua, queste schegge interne possono mantenere infiammati il corpo, la memoria e le relazioni.


Terza fase: ipersensibilità e ruminazione intrusiva


Quando ci sono schegge dentro, la ferita diventa ipersensibile. Basta un piccolo contatto e il dolore esplode. Un trigger, cioè uno stimolo che riattiva la memoria traumatica, può toccare una scheggia e riaprire tutta la ferita.


La ruminazione intrusiva è come mettere continuamente le dita dentro la ferita per controllare se le schegge sono ancora lì. La mente ripete:


  • “perché è successo?”

  • “come potevo evitarlo?”

  • “chi ha colpa?”

  • “come posso cancellarlo?”

  • “perché non riesco a superarlo?”


Il gesto nasce dal bisogno di capire, ma se avviene senza sicurezza irrita la ferita. Non la guarisce. La infiamma.


Quarta fase: smettere di scavare nella ferita


La prima cura è smettere di scavare continuamente nella ferita. Questo non significa evitare tutto per sempre. Significa creare abbastanza sicurezza prima di lavorare in profondità.


La persona impara:


  • a dormire,

  • a respirare,

  • a orientarsi nel presente,

  • a riconoscere i trigger,

  • a proteggere i confini,

  • a cercare relazioni più sicure,

  • a non esporsi continuamente a situazioni che riaprono il dolore.


Come in medicina non si strappa una scheggia profonda con le mani sporche, anche nel trauma non si entra subito nel ricordo più doloroso senza stabilizzazione.


Le terapie trauma-focused più studiate, come Prolonged Exposure, Cognitive Processing Therapy ed EMDR, non sono magie di cancellazione. Sono metodi strutturati per rielaborare memoria, paura, convinzioni e reazioni corporee dentro un contesto terapeutico. Le linee guida internazionali le considerano tra gli interventi principali per PTSD, pur con differenze individuali e limiti clinici.


Quinta fase: il/la terapeuta come chirurgo


A questo punto il/la terapeuta diventa più simile a un chirurgo o a una chirurga. Non salva cancellando. Cura entrando nella ferita con precisione.


A volte deve riaprire dolorosamente alcune zone, perché certe schegge sono rimaste bloccate in profondità. Se restano lì, continuano a infettare il sistema: generano paura, vergogna, colpa, rabbia, evitamento, ipervigilanza o ripetizione relazionale.


Riaprire la ferita non significa traumatizzare di nuovo. Significa avvicinarsi a ciò che è rimasto frammentato: una memoria corporea, una frase umiliante, un’immagine, una paura congelata, un senso di impotenza, una convinzione nata nel momento del trauma e poi diventata legge interiore.


Ma un buon chirurgo non opera senza anestesia. Nella Terapia del Trauma, l’anestesia è la regolazione emotiva ed energetica. “Energetica”, qui, non indica una sostanza magica o misurabile come un organo; indica il vissuto corporeo dell’attivazione: tono, respiro, calore, tremore, pressione, carica, collasso, presenza o assenza.


Regolare significa restare abbastanza nel corpo e nel presente per sentire senza essere travolt@.


Questa anestesia clinica è fatta di respiro, orientamento, relazione sicura, ritmo, scelta, pausa, contatto con le risorse e finestra di tolleranza. La finestra di tolleranza è lo spazio in cui posso sentire qualcosa di difficile senza esplodere, congelarmi, collassare o dissociarmi.

Senza questa regolazione, riaprire la ferita può essere troppo.

Con questa regolazione, invece, il dolore terapeutico diventa diverso dal dolore traumatico. Il trauma originario era invasione e impotenza. Il lavoro terapeutico, quando è ben guidato, può diventare presenza, scelta e cura.


Estrarre le schegge significa separare il frammento traumatico dall’identità presente.


  • “Questa colpa non è tutta mia.”

  • “Questa paura è comprensibile, ma non è una profezia.”

  • “Questa vergogna appartiene alla scena, non alla mia essenza.”

  • “Questa ferita parla del passato, non deve governare tutto il futuro.”


Ogni scheggia estratta riduce un po’ l’infezione della memoria.



Sesta fase: dalla ferita infetta alla cicatrice


Quando le schegge vengono riconosciute, elaborate e non più continuamente grattate, la ferita può iniziare a chiudersi davvero. Diventa cicatrice.


La cicatrice resta. Può essere sensibile. Può tirare. Può ricordare il dolore. Può reagire in certi periodi della vita. Ma non sanguina più ogni giorno. Non è più una ferita aperta e infetta. Allo stesso modo, il trauma integrato resta parte della biografia, ma non domina più tutta l’identità, il corpo, le relazioni e il futuro.


Questa è una differenza fondamentale. Superare il trauma non significa non avere più memoria. Significa che la memoria non si comporta più sempre come emergenza.


Settima fase: crescita post-traumatica


La crescita post-traumatica non significa dire: “la ferita era buona”. Una ferita da arma non è buona. Le schegge non sono un dono. Il trauma non deve essere romanticizzato, spiritualizzato troppo presto o usato per giustificare ciò che non doveva accadere.


La crescita significa che, dopo aver curato la ferita, la persona può sviluppare più consapevolezza, più confini, più prudenza, più forza, più rispetto per il proprio corpo, più capacità di scegliere relazioni sicure e più chiarezza sui propri valori.


Nei modelli scientifici del post-traumatic growth, le aree più descritte riguardano:


  • apprezzamento della vita

  • relazioni più profonde

  • forza personale

  • nuove possibilità

  • cambiamenti esistenziali o spirituali


La cicatrice non giustifica la violenza. Dimostra che qualcosa è stato attraversato, curato e trasformato.


Ottava fase: accettare le cicatrici e desensibilizzarle


La fantasia dell’annullamento retroattivo potrebbe cercare che non ci fosse mai stata nessuna arma, nessuna ferita, nessuna scheggia, nessuna cicatrice. È comprensibile, soprattutto quando il bambin@ interiore desidera che qualcun@ arrivi e cancelli tutto.

Ma questa fantasia può mantenere il trauma attivo, perché ogni segno diventa intollerabile. Ogni dolore residuo sembra fallimento. Ogni cicatrice sembra una prova che la terapia non ha funzionato.


L’accettazione più profonda non è:

“non ho cicatrici”.


È:

“io sono anche le mie cicatrici, ma non sono solo le mie cicatrici”.


Le cicatrici fanno parte della storia, del corpo, della memoria e della sensibilità. Non devono essere amate romanticamente. Non devono essere esibite. Non devono definire tutta la persona. Ma devono poter essere riconosciute senza vergogna.


Solo ciò che può essere riconosciuto può essere desensibilizzato. Desensibilizzare non significa perdere memoria o diventare fredd@. Significa che la cicatrice non brucia ogni volta che viene sfiorata.


Posso ricordare senza essere invadit@. Posso sentire senza essere travolt@. Posso parlare del passato senza tornare completamente nel passato. Posso incontrare una somiglianza senza confonderla automaticamente con la vecchia scena.


Qui la crescita diventa anche filosofica e spirituale, nel senso più concreto del termine. Filosofica, perché cambia il rapporto con la realtà: non vivo più solo nel rifiuto di ciò che è accaduto, ma nella domanda su come vivere adesso con verità, dignità e direzione. Spirituale, perché la persona può scoprire una profondità che non cancella la ferita, ma la include in una visione più ampia della vita, della compassione, dei limiti, della vulnerabilità e della forza.


Nella Bodymind Therapy, questo è il passaggio dal trauma come identità al trauma come memoria integrata. Il corpo non deve più combattere ogni giorno contro la propria storia. Il bambin@ interiore non deve più aspettare un mago o una maga. Può incontrare un adulto interiore più presente, capace di dire: “non posso cancellare tutto, ma posso proteggerti oggi”.


Il/la terapeuta non deve più essere salvatore o salvatrice assolut@. Può essere testimone, guida, chirurgo o chirurga della memoria, fino a quando la persona può portare le proprie cicatrici senza esserne posseduta.


La ferita non deve restare aperta, ma non deve nemmeno sparire per forza. Può diventare cicatrice, memoria, confine, sensibilità desensibilizzata, saggezza e nuova direzione.


Note


  1. Richard G. Tedeschi e Lawrence G. Calhoun, “Posttraumatic Growth: Conceptual Foundations and Empirical Evidence”, Psychological Inquiry, 2004. Il modello definisce il post-traumatic growth come cambiamento positivo che può emergere dalla lotta con crisi altamente sfidanti, con domini come apprezzamento della vita, relazioni, forza personale, nuove possibilità e cambiamento esistenziale o spirituale.

    https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1207/s15327965pli1501_01


  2. J. Liu et al., “Relationship between rumination and post-traumatic growth”, 2023; Y. Xu et al., “The influence of deliberate rumination on the post-traumatic growth”, 2023. Gli studi distinguono tra ruminazione intrusiva e ruminazione deliberata, mostrando che la seconda è più chiaramente collegata a resilienza e PTG. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10241969/


  3. American Psychological Association, “Treatments for PTSD”; National Center for PTSD, “Overview of Psychotherapy for PTSD”; L. E. Watkins et al., “Treating PTSD: A Review of Evidence-Based Psychotherapy”, 2018. Le fonti indicano le terapie trauma-focused, tra cui Prolonged Exposure, Cognitive Processing Therapy ed EMDR, come interventi centrali per PTSD, pur senza presentarle come garanzia universale di crescita post-traumatica. https://www.apa.org/ptsd-guideline/treatments


  4. Lisa Dell’Osso et al., “Biological Correlates of Post-Traumatic Growth”, Brain Sciences, 2023. La revisione mostra che esistono studi su correlati neurobiologici del PTG, ma la letteratura è ancora limitata e non consente di parlare di biomarcatori clinici certi. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9953771/


  5. A. J. Glazebrook et al., “Posttraumatic Growth EEG Neuromarkers”, European Journal of Psychotraumatology, 2023. Lo studio propone differenze EEG tra PTG, resilienza e sintomi PTSD, ma richiede ulteriori ricerche prima di un uso clinico stabile. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10653763/


  6. M. Almeida et al., “Meaning in Life, Meaning-Making and Posttraumatic Growth in Cancer: Systematic Review and Meta-Analysis”, 2022. La review sostiene il ruolo del significato e della costruzione di senso nei processi di crescita dopo eventi minacciosi, pur in un contesto specifico come il cancro. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9784472/


  7. A. Martin et al., “Treatment Guidelines for PTSD: A Systematic Review”, 2021. La review mostra che molte linee guida raccomandano interventi psicologici trauma-focused e CBT come trattamento di prima linea, ma segnala anche differenze di qualità e aggiornamento tra le linee guida. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8471692/


  8. A. Shalev et al., “Neurobiology and Treatment of Posttraumatic Stress Disorder”, American Journal of Psychiatry, 2024. La review aggiorna il quadro neurobiologico del PTSD e ricorda che trauma, PTSD, trattamento e recupero richiedono modelli integrati, non riduzioni a un solo circuito cerebrale o a una sola tecnica terapeutica. https://psychiatryonline.org/doi/full/10.1176/appi.ajp.20240536

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