Maschere vs Identità: Chi Siamo – tra ciò che Serve e ciò che è Stato
- Enrico Fonte
- 14 nov
- Tempo di lettura: 4 min

Non sei ciò che ti è accaduto, ma ciò che scegli di farne.Questa frase, a metà tra intuizione e promessa, tocca qualcosa di profondamente umano. Ci ricorda che la nostra identità non è una semplice somma di eventi passati né un’immagine costruita nel presente. È, piuttosto, un fluire costante tra memoria e intenzione, tra ciò che ci ha plasmati e ciò che decidiamo di incarnare.
Nel lavoro Bodymind, questa idea diventa concreta, tangibile. La si può toccare nel respiro che si contrae, nel petto che si espande, nei piedi che faticano a sentire la terra. È qui che incontriamo due forme essenziali del nostro essere:la maschera cosciente, che indossiamo per affrontare il presente,e la maschera inconscia, che ci portiamo dietro come adattamento al passato.
La maschera cosciente: ciò che è necessario nel presente
Questa maschera non è inganno né artificio. È una scelta, anche quando non del tutto consapevole. Ci aiuta a stare nel mondo, a relazionarci, a rispondere a ciò che la vita ci chiede adesso.
Nel quotidiano la riconosciamo facilmente: è quella postura sicura quando sentiamo il bisogno di apparire forti, è il sorriso composto quando dobbiamo mantenere la calma, è la voce ferma che usiamo anche se dentro sentiamo incertezza.
A livello teorico, questo concetto è stato esplorato in profondità da Judith Butler, filosofa e teorica femminista statunitense, che nella sua opera Gender Trouble ha descritto l’identità come un atto performativo. Per Butler, non esiste un “sé” originario da cui partiamo, ma diventiamo chi siamo attraverso azioni ripetute, gesti, parole, movimenti che, nel tempo, costruiscono ciò che chiamiamo identità.
In modo complementare, Erving Goffman, sociologo canadese del Novecento, ha descritto la vita sociale come un insieme di palcoscenici. Secondo lui, ognunə di noi recita ruoli diversi a seconda del contesto: c’è un “frontstage”, dove si agisce per il pubblico, e un “backstage”, dove ci si lascia andare. Anche questa non è falsità, ma un’espressione delle regole del vivere insieme.
A livello corporeo, queste dinamiche si traducono in “forme” visibili: posture organizzate, gesti funzionali, muscolatura tonica ma sotto controllo. Spesso è una maschera che funziona bene, che ci fa procedere.
Tuttavia, come ha mostrato Paul Ekman, psicologo statunitense che ha studiato per decenni le espressioni facciali e le emozioni, ogni cultura sviluppa regole implicite su come mostrare o nascondere i propri stati d’animo. Questo significa che, a forza di “funzionare”, rischiamo di dimenticare cosa sentiamo davvero.
Nel lavoro BodyMind, riconoscere la maschera cosciente è un atto di libertà. Non per rifiutarla, ma per usarla con consapevolezza. Come uno strumento che possiamo scegliere, invece che indossare per abitudine.
La maschera inconscia: ciò che ha funzionato nel passato
C’è poi un’altra maschera. Più profonda, meno visibile, ma forse più determinante. È quella che non abbiamo scelto. È ciò che il corpo e la psiche hanno imparato per proteggerci, spesso molto presto, quando eravamo vulnerabili e avevamo bisogno di sicurezza più che di verità.
Questa maschera non si indossa: si diventa. Non si mostra: si incarna.È il modo in cui il corpo trattiene il respiro per non disturbare, la tensione nelle spalle che anticipa il pericolo, il sorriso riflesso che ha salvato da un rifiuto.
Wilhelm Reich, medico e psicoanalista austriaco, fu tra i primi a osservare come il corpo registri e trattenga la storia personale. La sua teoria della corazza caratteriale mostra come la struttura muscolare rifletta le difese psichiche: il corpo si organizza per sopravvivere emotivamente. Le emozioni represse diventano rigidità, blocchi, chiusure.
Carl Gustav Jung, psichiatra e fondatore della psicologia analitica, ha descritto questa parte del sé come persona, una maschera sociale costruita per adattarsi, ma che rischia di diventare prigione se rimane inconsapevole.
Nella contemporaneità, Stephen Porges, neuroscienziato e autore della Teoria Polivagale, ci offre un ulteriore strumento per comprendere questo fenomeno. Secondo Porges, il nostro sistema nervoso autonomo registra le esperienze relazionali e, sulla base di queste, sviluppa risposte automatiche (come la chiusura, il congelamento, la fuga). Queste risposte non sono scelte, ma memorie incarnate che determinano come reagiamo – anche decenni dopo.
A livello narrativo, Dan McAdams, psicologo della personalità, ci ha mostrato come ognunə di noi costruisca una storia di sé. Ma se quella storia è basata su un trauma, una ferita o una convinzione limitante, allora anche il destino che immaginiamo per noi sarà ridotto a ciò che una volta ha funzionato.
In Bodymind Therapy, questa maschera inconscia si incontra attraverso il corpo. È lì che risiedono le verità che la mente non riesce più a ricordare. È lì che possiamo sentire il passato ancora vivo. E proprio lì possiamo iniziare a trasformarlo.
L’incontro tra le due maschere: una possibilità di verità incarnata
Queste due maschere – quella che serve nel presente e quella che ha funzionato nel passato – non sono in conflitto. Sono due voci, due strategie, due volti del nostro modo di stare al mondo.
Il vero lavoro, il vero passaggio di trasformazione, avviene quando diventiamo capaci di ascoltarle entrambe. Quando possiamo chiederci, in modo gentile e profondo: questa postura, questo tono, questo gesto… a chi appartiene? Al presente, o a una storia che vuole essere ascoltata?
Non si tratta di smascherarsi del tutto, ma di diventare sceltə.La libertà non è un’identità nuda, ma una forma incarnata di consapevolezza.
In Bodymind Therapy, questo processo passa per il corpo: nel momento in cui respiro, mi radico, mi sento, posso iniziare a distinguere il ruolo che sto recitando dal bisogno autentico che sto cercando di esprimere.E da lì, forse, può emergere qualcosa che non è né solo costruito né solo ereditato:ma vivo.
Fonti e riferimenti
Judith Butler – Gender Trouble (1990): filosofa statunitense, ha introdotto la teoria della performatività del genere e dell’identità come costruzione sociale.
Erving Goffman – The Presentation of Self in Everyday Life (1959): sociologo canadese, ha descritto la vita sociale come rappresentazione teatrale.
Paul Ekman – Emotion in the Human Face (1972): psicologo, esperto mondiale nell’analisi delle emozioni e del comportamento non verbale.
Wilhelm Reich – Character Analysis (1933): psicoanalista, ha elaborato il concetto di corazza caratteriale come difesa somatica.
Carl Gustav Jung – Two Essays on Analytical Psychology (1953): fondatore della psicologia analitica, ha sviluppato i concetti di ombra, persona, e processo di individuazione.
Stephen Porges – The Polyvagal Theory (2011): neuroscienziato, ha formulato una nuova comprensione del sistema nervoso autonomo in relazione alla sicurezza e alla connessione sociale.
Dan McAdams – The Redemptive Self (2006): psicologo della personalità, ha descritto il modo in cui costruiamo la nostra identità attraverso narrazioni interiori.